NEUTRAL GENDER FASHION

Vi siete come chiesti perché esistono le etichette social?

Come mai dobbiamo comprare una camicia da uomo oppure mettere un jeans rispetto ad un altro perché ha un taglio da donna?

E quante volte avete desiderato una giacca che però era troppo corta da indossare per un uomo?

La moda Unisex o Gender Free ha molte sfaccettature ma ha una sola origine: il Boom Economico degli anni ’60.
In questi anni vennero distrutti i preconcetti di genere imposti a donne e uomini dopo la Seconda Guerra Mondiale, che proponevano un certo stile legato ai grandi divi di Hollywood come James Dean per gli uomini e Elisabeth Taylor per le donne.
Grazie alla Seconda ondata del movimento Femminista si iniziò a divulgare che il genere e il sesso non sempre potevano essere allineati in una persona. Seguendo questo pensiero alcuni grandi stilisti, come Paco Rabanne, iniziarono a disegnare abiti Unisex che proposero alle sfilate di Parigi degli anni successivi.
Ma questa ondata di nuovi capi senza genere finì molto presto e intorno al 1969 quasi tutti i produttori di vestiti unisex chiusero le loro produzioni.
Solo alla fine degli anni ’80 e l’avvento degli anni ’90 l’unisex e la moda senza genere riprese il suo splendore, i tabù caddero anche grazie alle Star di Hollywood come Julia Roberts che iniziò ad indossare giacche e pantaloni alle prime dei suoi film.


 

Quando caddero gli ultimi stereotipi, la moda unisex si diffuse sia tra le file delle Fashion Week sia nelle grandi distribuzioni subendo molte modifiche. Questo avvenne anche grazie ai grandi passi avanti dei diritti paritari: molte donne avevano iniziato a lavorare e non solo ad occuparsi della famiglia; in qualche modo il loro mettersi nei panni dei mariti venne tradotto anche nel vestiario.
Negli anni ’90 non era più una novità vedere una donna in abito gessato, ma per quanto riguarda il contrario era ancora molto difficile. Ci furono dei pregressi, come il caso esemplare di David Bowie e il suo androginismo spiccato, ma era ancora vista come una privazione della propria mascolinità.
Con l’avvento degli anni 2000 e l’emancipazione del pensiero No Gender, la moda si è adeguata alle nuove frontiere proponendo sempre di più modelli androgini, puntando molto su caratteristiche poco riconducibili a un genere fisso.
Su questa linea le grandi case di moda come Gucci o Dolce & Gabbana hanno inserito sempre più elementi floreali o linee, fino a quel momento elementi tipici unicamente delle collezioni femminili, anche nelle collezioni maschili.

 

Un altro fattore importante è stata proprio la riscoperta del vintage che ha contribuito a far scoprire alle nuove generazioni linee e capi che non avevano mai visto, portando così l’interesse sul capo in sé con le sue caratteristiche e non sull’essere femminile o meno.

Sempre più marche nascono e creano collezioni unisex, come ad esempio la collezione COLLUSION in vendita su Asos, ponendo ancora una volta la moda come linguaggio per una sempre più crescente richiesta di parità di diritti.

Forse in futuro tutti potremmo vestirci con abiti che corrispondono al nostro gusto personale e non ad un genere fisso. Speriamo che frasi come “La confusione di generi è il mio modo di dissentire e ribadire il mio anarchismo, di rifiutare le convenzioni da cui si genera discriminazione e violenza. Sono fatto così, mi metto quel che voglio e mi piace: la pelliccia, la pochette, gli occhiali glitterati sono da femmina? Allora sono una femmina.”, pronunciata da Achille Lauro dopo la sua prima esibizione a Sanremo 2020, non suoneranno più insolite a molti. Magari con pellicce e lustrini si può cambiare il mondo e far cadere il maschismo tossico su cui è ancora basata la nostra società.

 

Scritto da Giovanni Miglietti

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